Oggetti fittili votivi provenienti da San Potito Sannitico

(estratto da Samnium, annata XXIV, 1951)

di Anna Rocco

 

 

Fra tutti gli antiquari locali il Museo d’Alife – sito in Piedimonte d’Alife – presenta una caratteristica impronta. Oltre all’interessantissima collezione di monete antiche, medievali e moderne, - tra cui si annovera una bella serie di denari romani d’argento di ottima conservazione – alcune raccolte di manoscritti e vecchie edizioni musicali, di ceramica del ‘600 e ‘700, prodotta a S. Potito Sannitico, collezioni di armi, quadri ed altre memorie dell’800, vi si nota una caratteristica raccolta di materiale preistorico proveniente dal Matese e dal Monte Cila[1], nonché un’abbondantissima quantità di oggetti fittili, in massima parte proveniente da S. Potito Sannitico ed un gruppetto di piedi e gambe votive provenienti da Caiazzo.

L’interessantissimo gruppo di terrecotte figurate proveniente da S. Potito costituisce una delle impronte più particolari di quel piccolo Museo per la rozzezza e, insieme, la vivacità espressiva degli oggetti, di piccole misure, destinati a scopo votivo. Si distinguono due gruppi l’uno rinvenuto, in gran parte, nella contrada di S. Potito detta “Conca dell’arena” e l’altro nella contrada detta “Le Fate”.

Nella prima venne fuori una numerosa serie di figure – in massima parte di testine femminili quasi tutte della stessa qualità d’argilla, grigio-giallina, nonché due piccoli vasi di forma caratteristica ed alcuni pesi di telaio. Nella contrada “Le Fate” furono trovati alcuni frammenti fittili costituenti tre colonnine ioniche ed un piccolo frontone – con testina in altorilievo al centro – nonché una parte del tetto spiovente appartenente allo stesso complesso di tempietto fittile votivo.

Le figg. 1-4 riproducono alcuni esemplari del gruppo rinvenuto in contrada “Conca dell’arena”. Nella fig. 1 la piccola figurina seduta[2] (n. 1), appare appena plasmata nei suoi tratti essenziali, in un aspetto quasi informe: la testina è staccata e due piccoli globi riproducono i seni, il braccio destro è mancante ed il sinistro spezzato per metà. La rigidezza degli elementi del corpo e l’eccessiva sommarietà dei mezzi di espressione formale inquadrerebbero l’oggetto nei tipi delle figurine fittili arcaiche plasmate nella terracotta, a mano libera[3].

Nella stessa fig. 1 i nn. 2 e 4, poco visibili per le fotografie poco nitide, presentano due figurine di kourotrophoi: il n. 2 è una donna seduta con un fanciullino sul braccio sinistro[4] ed il n. 4 un personaggio maschile barbato con un bambino sul braccio sinistro: l’uomo, dal lungo panneggio a pieghe – rese con accuratezza – è in atto di camminare verso la sua sinistra. Quest’ultima statuina è molto grezza, d’argilla alquanto più rossiccia e denota l’uso della stecca per il rendimento delle vesti[5] e presenta un particolare interesse tecnico, perché essa appare come un panetto d’argilla, da cui il figulista ha cavato, nella parte superiore, l’immagine voluta[6]. Altri intenti di rendimento formale pare che siano stati perseguiti nel n. 3 della stessa fig. 1, ove, pur attraverso la brutta fotografia, sembra scorgere nel viso un’espressione scopadea.

Il piccolo busto[7] n. 1 della fig. 2 – mancante delle braccia – presenta un tipo noto nell’ambiente campano, attraverso la floridezza dei tratti del viso e la tumidezza delle labbra. La tecnica è molto semplice: gli occhi sono indicati da due globetti inseriti, ma l’acconciatura della chioma, coperta dal velo, ed il tipo della tunica ricordano l’esperienza d’un linguaggio figurativo anteriore[8]. Lo stesso può dirsi delle testine nn. 2 e 4 della stessa fig. 2: la prima delle due è una paffuta testolina, che ricorda tipi ellenistici; la seconda, una testina coperta d’un berretto a punta e dal grosso naso, che arieggia tipi caricaturali campani, rinvenuti particolarmente a Cales[9].

Nel n. 5 della medesima fig. 2 viene riprodotta una testa maschile a metà della grandezza naturale, in un’espressione che non è frammentaria reminiscenza di elementi già espressi, ma sintesi elaborata di esperienze anteriori col contributo d’una sensibilità propria, che trova ispirazione in un sostrato ambientale propriamente campano.

Nella fig. 3, la testa n. 1, per il realismo del rendimento dei robusti tratti del viso, sembra potersi inquadrare pure in ambiente campano.

Nella fig. 4 le ultime due testine, con berretti nella foggia nota nei tipi di terrecotte di Cales, presentano visi vivaci e graziosi, di cui l’arte ellenistica ha tramandato numerosi esemplari e la testa n. 2, col “modius”, porta una caratteristica acconciatura di più centri di produzione fittile dell’Italia Meridionale, compresa la Campania[10]. La mutila figurina n. 4 della stessa fig. 4, reggente un bottone di loto accostato al petto, ricorda, per tale particolare, la raffigurazione d’una statua di Locri[11], mentre tipi campani sono ricordati nella stessa tavola dai nn. 1 e 3, particolarmente dalla testina n. 3.

Molto caratteristici per forme appaiono i due vasi riprodotti nei nn. 2-3 della fig. 3: il primo è un’anfora con fondo bucherellato, servente, probabilmente, a filtrare liquidi[12]; il secondo un askos con bocca mutila di largo orlo[13].

La mancanza assoluta di notizie sui rinvenimenti fittili della contrada “Conca dell’arena” di S. Potito non permette di stabilire se il gruppo di terrecotte votive appartenesse ad una vera stipe e se sul luogo esistesse qualche piccolo sacello – come si potrebbe pensare.

Dal breve esame degli oggetti – alcuni mal conservati – e dalla quasi totale omogeneità dell’argilla, si deduce che ci troviamo di fronte ad una produzione fatta sul luogo stesso, ricco di argilla.

La cronologia è molto difficile a fissarsi: abbiamo accennato alla figurina n. 1 della fig. 1, che sembrerebbe appartenere alla plastica fittile arcaica; alcuni tipi si potrebbero inquadrare verso la fine del V-IV sec. av. C.; altri nel III-II sec. av. C. È chiaro, dunque, che il repertorio è molto vario e presenta quasi sempre, un’immediata impronta personale. Si potrebbe rimanere dubbiosi circa la testa riprodotta nel n. 5 della fig. 2, che denota capacità tecniche ed una manifestazione d’artigianato di gran lunga superiore, ma poiché la fisionomia del tipo riprodotto non è sconosciuta in ambiente campano, di Capua e Cales, possiamo supporre che al di là[14] si trapiantassero nel territorio di S. Potito i primi figulisti, fondendosi sul luogo con gli elementi locali, attraverso affinità di costumi e di vita. Così dovette sorgere nella lontana zona di S. Potito tutta una tradizione di artefici e di produzione fittile, di cui è testimonianza il sopravvivere d’una produzione ceramica fino al 600 e 700 e di cui, forse, il timbro in terracotta, riportato al n. 3 della fig. 2, tramanda il “cognomen” di una delle antiche famiglie di artefici: “CERIALIS[15]

 



[1] Cfr. Maiuri in Not. Scavi 1927 p. 454 e sg.

[2] Alt. m. 0,240.

[3] Per tale genere di fittili prodotti con mano libera vedi Mingazzini, Il Santuario della Dea Marica, in Mon. Ant. Vol. XXXXVII, 1938 col. 760 e sg. Tavv. XII-XIII.

[4] Alt. m. 0,140.

[5] Alt. m. 0,180.

[6] Si ha l’impressione di quei dolci di pasta di miele, che si vendono tuttora nelle fiere dei paesi.

[7] Alt. m. 0,230.

[8] Per il particolare del velo e la robustezza dei tratti del viso vedi Levi, Cat. delle terrecotte figurate del Museo di Napoli p. 137: statua di donna velata proveniente da Calvi.

[9] Cfr. Levi, Cat. cit. p. 143 n. 114.

[10] Cfr. Levi, Cat. cit. p. 110 fig. 90 (da Cuma).

[11] Levi, cit. p. 10 fig. 7.

[12] Alt. m. 0,200; diam. del fondo m. 0,210.

[13] Alt. M. 0,180; largh. m. 0,205.

[14] Per la produzione di Capua cfr. Breglia in “Le Arti” 1941 p. 42 e sg.

[15] Il “nomen” “Salvenalis”, che si ricava dalla lettura del bollo: “Salvenal(is) f(ecit) Cerialis” è raro nell’onomastica latina.

Un “Naevius Cerialis” firma, invece, casseruole e patelle pompeiane (cfr. C.I.L. X, 8071 45 e 46 a-d); un “Cerialis” una “patella” d’argilla a Pozzuoli (C. X, 8056, 85 e Bull. Inst. 1875 p. 254 n. 39-40); un “C. Trebius Cerialis”  trovasi su d’un suggello napoletano (C. X 8059, 407).

Un “Cerialisviene ricordato in un’iscrizione stabiana (C. X, 770); un Κορνήλιος κερ(ί)αλις figura in un’iscrizione napoletana (C. X, 1487); un Velleius Cerialis a Puteoli (C. X, 1612); un C. Julius Cerialis in un’iscrizione cumana (C. X, 3699). A Puteoli è, inoltre, menzionata una Flavia Cerialis (C. X, 3647); a Capua un Cerialis (C. X, 4369) ed una Sextia Cerialis (C. X, 4346); a Cales un Ennius Cerialis (C. X, 4647).

Per il territorio del Sannio un liberto Cerialis è ricordato in un’iscrizione telesina (C. IX, 2303).

Il “cognomenCeria(lis) è diffuso tra i vasai di ceramica sigillata della Gallia, a Lezoux ed altri centri; cfr. Déchelette, Céram. ornée de la Gaule Romaine 1904 vol. I, 261 (C.I.L. XIII, 10011, 53°); I, 162, 197, 211; vol. II, 2. 149.

Per una coppa col timbro di “Cerialis” trovata a Gajary, in Cecoslovacchia, cfr. Dobias,  I Romani nel terr. Della Cecoslovacchia in “Gli Studi Romani nel mondo” vol II, 1935, p. 73